lunedì, novembre 7

La terra dei giorni perduti




Sabbia nella bocca, nel naso, la pelle tirata dal sale secco. Era un giorno non giorno, un
tempo di sospensione, quando non si sa se è l'alba di un nuovo tempo o il tramonto di un tempo che è stato. Quando sei sbattuto dalle
onde, nel mare aperto, anche se nuoti non deciderai tu quale è la direzione ma la corrente che ti trascina da sotto, spostandoti
con tutta la sostanza che ti circonda e avvolge, materiale e immateriale, e non ti accorgi di nulla.
E così quando mi ritrovai in quella landa, in uno strano silenzio, non sapevo altro pensare che a distinguere terra da mare e la terra era
la vita e il mare la morte benevola che mi aveva risparmiato.
Quando decisi di aver mangiato sabbia a sufficienza, mi alzai pronto ad esplorare quel mondo. Ero sicuro che oltrepassando le dune,
avrei individuato dei segni, perché era finito il tempo di Ulisse. Però quel silenzio somigliava al silenzio di una stanza vuota, di una
antica chiesa, di una fattoria notturna; quel silenzio era un'attesa, l'attesa di risate di bambini che risuonano tra le pareti,
di un coro femminile che intona Hildegard von Bingen, di un solitario abbaiare alla catena. "Lo sai, no? Lo sai che siamo di passaggio?!",
la constatazione di xxx che non era una domanda, una banalità che ora si faceva largo nella memoria, "Lo sai, no?!?" Diamine, dove mi
trovavo! Neanche dopo l'ho mai capito! Segni umani c'erano, una strada al limite del canneto e un gruppo di case in lontananza, la mia meta,
però di quale realtà? C'era una volta un vecchio pastore che non accendeva mai la legna del camino: "A che serve? tanto si consuma e finisce".
Allora a che serve vivere, si consuma e finisce... e c'era questo villaggio dove la gente non parlava e aveva gli sguardi fissi.
Il maniscalco e la faccia contrita dallo sforzo, perenne, il metronotte con l'asta protesa verso il lampione, una signora davanti
la vetrina di cappelli con un viso soave. Tutto apparentemente immobile, appena mi giravo la signora non c'era più, vicino al lampione
al posto del metronotte un cagnetto con la zampa alzata, mi giravo di nuovo e la vetrina dei cappelli era sparita in un muro cieco
e il maniscalco piangeva con un abito nero. Di quel luogo era rimasta l'essenza, tutto il resto della realtà svaporato, come l'acqua
sulla pelle e il sale che cristallizza. La realtà di ciò che è stato e di che sarà non è irrealtà. L'irrealtà è l'immaginazione,
la fantasia, non esiste. Ma quello che mi circondava era inconfondibilmente reale, tutto, una apparente irrealtà. Attimi che fuggono,
attimi perduti e bruciati, non c'è terra che li accolga, fuorché quella. Chi ci arriva rischia di perdersi, restandone ipnotizzato. Non avendo confini, non mi restò che tornare al mare e
al mondo degli attimi presenti, dove con occhi provati, vidi che tra le pieghe di un attimo e l'altro c'erano degli abissi infiniti.

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